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You are currently viewing Spegne 64 candeline quest’anno “Resusci Anne”, il manichino da rianimazione più conosciuto nell’universo del soccorso sanitario. Forse però non tutti sanno dell’intreccio di umane storie che han permesso di giungere fino a “lei”. Il volto più “baciato” al mondo.

Correva l’anno 1958 – cioè 64 anni fa – allorché un fabbricante di giocattoli, il norvegese Asmund S. Laerdal, e due fisici, Peter Safar e James Elam, ebbero l’idea della realizzazione di un manichino antropomorfo (ossia di forma e sembianze umane) su cui si potessero riprodurre all’infinito, a scopo didattico, di esercitazione e in seguito anche di simulazioni dimostrative, tutte le manovre manuali e anche strumentali tipiche della rianimazione cardiopolmonare.

In pratica ciò che oggi definiamo con l’acronimo BLSD, ovvero quel “sostegno alle funzioni vitali di base” che è ormai diventato l’ABC per tutti i soccorritori tecnico-sanitari di ogni livello e organizzazione, sia ospedalieri sia delle ambulanze e del territorio.

Quel primo manichino fu così realizzato a grandezza naturale e con una corporatura che potesse rappresentare una sorta di media delle differenze normalmente in essere tra uomo, donna, fanciullo e per questo furono scelte le sembianze piuttosto asessuate di una giovane ragazza, probabilmente anche con l’intento di ingentilire il volto in modo che facesse meno effetto ai primi soccorritori che si presume l’abbiano utilizzato.

Per l’universo del soccorso fu l’inizio di una svolta epocale e in seguito, nel tempo, di quel genere di manichino ne sono state realizzate un’infinità di varianti, capaci di riprodurre nello specifico il neonato, l’infante, il giovane, l’adulto maschio e femmina e l’anziano, senza tralasciare neppure le diversità di etnia, nonché il mezzo busto e la figura intera, con un livello di realismo oggi impressionante. E inoltre sempre più dotati di tecnologia in grado di agevolare la percezione del feedback dalle manovre rianimatorie praticate, cioè sensori di ogni genere e mobilità di organi e apparati interni, sia automatica sia indotta, per simulare l’andamento delle funzioni vitali da registrare, da ripristinare o da mantenere.

Ma ora è giunto il momento di fare un altro salto indietro nel tempo…molto più indietro anche di quel 1958 che vide la nascita di Resusci Anne. Perché le vie degli uomini non s’incrociano a caso e talvolta sembrano ignorare il tempo.

Immaginatevi di trovarvi a Parigi nel 1880, sulla Senna, nella nebbia di novembre, quando in località Quai du Louvre viene ripescato dal fiume il corpo senza vita di una giovanissima donna. Non si può stabilire la causa di quella morte – né lo si potrà mai più in seguito – e per questo s’inseguono voci, tra quelle della malattia (la tubercolosi a quell’epoca mieteva molte giovani vite) e le altre più romantiche della caduta accidentale nelle gelide acque o addirittura del suicidio per una fatale delusione amorosa.

Il corpo comunque viene compassionevolmente portato e composto presso l’obitorio di Quai de l’Archeveché nei paraggi di Notre Dame, con l’auspicio di un prossimo, rapido riconoscimento. Ma le ore e i giorni trascorrevano senza che alcuno si facesse vivo per una sia pur tardiva identificazione.

Nel frattempo un dipendente dell’Istituto, forse affascinato dalla bellezza e dall’enigmatica espressione rimasta sul volto della giovane e forse nell’intento di salvaguardarne i lineamenti da un’alterazione presumibilmente ormai prossima, pensò di realizzarne una copia, applicandole un calco in gesso. Così che ne ottenne una sorta di maschera in tutto fedele alla fisionomia originaria e in grado di mantenerne l’aspetto inalterato molto più a lungo.

A questo punto non si è poi saputo se questo guadagno di tempo sia stato sufficiente per un riconoscimento postumo ma pare di no; fatto sta che la persona cui era appartenuto quel corpo sarebbe rimasta senza nome. Una sconosciuta.

Eppure accadde qualcosa che cominciò subito a consegnarla all’immortalità: quella primigenia effige in gesso prese a essere imitata e riprodotta, in innumerevoli opere e altrettanti materiali, fino a diventare la materializzazione stessa della struggente storia che portava in sé: la leggenda – appunto – dell’Inconnue de la Seine, ossia la Sconosciuta della Senna.

Una sequela di maschere mortuarie e di riproduzioni d’arte funeraria ritraenti quel volto bellissimo e perduto si diffusero in tutta Europa e perfino Oltreoceano. E dai primi del ‘900 in poi l’opera travalicò anche i confini pur labili di quell’arte funebre per incontrar successo in svariate altre forme d’espressività, dalla pittura alla scultura alla fotografia.

L’elenco delle possibili citazioni sarebbe lunghissimo – c’è stato perfino chi s’è lanciato in interpretazioni oniriche e psicoanalitiche di quell’espressione così magnetica, quell’accenno ipnotico di sorriso, una sorta di “Monna Lisa della Senna” secondo lo scrittore Albert Camus, e del perché a fissarla sembri sempre sul punto di riaprire gli occhi all’improvviso – ma il fatto certo è uno e uno solo: fu proprio quello il volto che i tre ideatori di Resusci Anne ritennero giusto, per simbolo e significato, assumere a modello su cui configurare la prima celeberrima bambola da rianimazione!

Piace immaginare che abbiano così voluto rendere l’estremo omaggio di un’immortalità superiore, ribattezzandola con un nome nuovo, a una ragazza che non poté mantenere la propria vita terrena perché chi tentò di salvarla dall’annegamento non poteva conoscere le tecniche rianimatorie e il BLSD.       

Già nel 2019 si stimava che fino ad allora Resusci Anne avesse aiutato nella formazione alle procedure BLSD e RCP (rianimazione cardiopolmonare) oltre 400 milioni di persone. E sarebbero molte più di 2 milioni (per limitarsi a quelle conteggiabili) le vite salvate grazie al training che il manichino Resusci Anne ha permesso.

L’Inconnue de la Seine, quella giovane annegata senza un nome, è divenuta il viso più “baciato” d’ogni tempo (malgrado i protocolli d’intervento siano stati rivisti e, specie in funzione anti-Covid, il “bocca a bocca” non sia più raccomandato); e grazie a questo è diventato possibile per ogni soccorritore influire su quel “tempo di nessuno” che è il periodo di salvabilità e in molti casi utilizzarlo al meglio per riuscire a trattenere in vita chi altrimenti l’avrebbe già perduta.